martedì 1 marzo 2016

Su diritti civili e genitorialità

Tempo di dibattito sui diritti civili finalmente. Delle unioni civili, regolamentazione dei rapporti affettivi tra persone dello stesso sesso, neanche mi dilungo, talmente ritengo la cosa doverosa. La stepchild adoption, adozione del figlio del partner già vivente con la coppia, la ritengo altrettanto doverosa. Non è arrivata perché la Casaleggio Associati non ha voluto che i suoi droni la votassero. Cosa legittima se non fosse per la volontà dell'amministratore delegato di voler dare a bere il contrario.

Passiamo alla questione utero in affitto. Tema che oggettivamente è più spinoso e pone interrogativi non banali. È contro natura? Ma se prendiamo per buono il concetto del “contro natura” è contro natura tutta la medicina, a partire dall’aspirina fino alla radioterapia. Personalmente sono contrario alla maternità surrogata, cioè non ne vorrei usufruire per me. Sono favorevole per gli altri. E come vorrei, non immaginate quanto vorrei, che chi è contrario anche per gli altri la smettesse di riempirsi la bocca con “il bene del bambino” quando la prima cosa che fanno parlando dell’argomento è definirlo comprato. Eh già, perché per loro l’embrione è sacro ma una creatura nata con la maternità surrogata è un abominio.

Se solo riflettessero, in base alla confessione religiosa in cui credono, su chi è stato il primo a nascere con l’ausilio dell’utero in affitto...

lunedì 5 ottobre 2015

in memoria di Henning Mankell

Tratto dal suo libro "L'uomo inquieto"

"E' stato cinquant'anni fa, più precisamente nell'agosto del 1961" iniziò Atkins con il suo tono pacato. "In un luogo dove forse è difficile immaginare che due giovani ufficiali di marina possano incontrarsi. Ero venuto in Europa con mio padre, che allora era colonnello dell'esercito. Voleva che vedessi Berlino, quella piccola fortezza isolata al centro della zona russa. Se non ricordo male, siamo arrivati da Amburgo con un volo della Pan Am, sull'aereo c'era quasi esclusivamente personale militare, praticamente nessun civile, fatta eccezione per un paio di preti. La situazione era tesa, ma comunque quando siamo arrivati i carri armati delle due parti non erano schierati pronti a far fuoco. Una sera, mio padre e io siamo capitati per caso in mezzo a un grande raduno di folla nelle vicinanze di Friedrichstrasse. Alcuni soldati della Ddr stavano piazzando del filo spinato, altri avevano iniziato a erigere una barriera di mattoni e cemento. Di fianco a me c'era un giovane della mia età in uniforme. Gli ho chiesto da dove veniva. Mi rispose che era svedese, e sì, era Hakan. Fu così che ci incontrammo. Proprio nel momento in cui Berlino veniva divisa da un muro, un mondo veniva amputato, se così si può dire. Ulbricht, il capo della Ddr, spiegò che si trattava di un provvedimento atto a "salvaguardare la libertà e mettere le basi di un glorioso stato socialista". Ma quel giorno vedemmo una donna anziana che fissava i soldati all'opera piangendo. Era vestita miseramente, e sul viso aveva una grossa cicatrice. Sembrava che una delle sue orecchie che spuntava da sotto i capelli fosse una specie di protesi di plastica. Hakan e io ne parlammo più tardi, ma nessuno dei due ne era certo. L'immagine di quella donna ci rimase impressa, la ricordo bene ancora oggi. D'improvviso, la donna alzò una mano verso i giovani soldati che stavano innalzando il muro in un gesto impotente, come per fermarli. Poi si volse verso di noi scuotendo leggermente il capo. Non potevamo fare niente, ma credo che fu in quel momento che Hakan e io capimmo che il nostro compito per il futuro era di batterci per un mondo libero, per evitare che altri paesi fossero divisi da un muro."

(Henning Mankell - L'uomo inquieto)

mercoledì 9 settembre 2015

io sono Aylan

Io sono Aylan, o meglio, sono dalla parte di tutti gli Aylan che fuggono da quello che fa paura anche a noi ma non abbiamo mai subito. La foto del bambino restituito, senza vita, dal mare sulla spiaggia di Bodrum ha scioccato molti. La tanto criticata foto pubblicata da importanti quotidiani nazionali ne ha suscitato l'indignazione. Cosa prevedibile, quella foto ha negato loro la possibilità futura di dire di non aver capito, di non aver potuto immaginare. Perché una cosa è leggere che ci sono x mila morti, un'altra è mostrartene anche uno solo. Piccolo, incolpevole e inerme. 

Però non è del tutto esatto, io non sono Aylan. Sono vivo, con i miei desideri e le mie aspirazioni, le mie amicizie e i miei affetti. Oltre ad Aylan ci sono i padri degli Aylan. Come il padre di quello della foto, partito da Kobane con moglie e figlio per restituire a sé e a loro la dignità in Europa. E' dovuto tornare a Kobane con moglie e figlio. Per seppellirli. 

Anche se non è del tutto esatto io sono Aylan, io sono il padre di Aylan. E chi non è dalla parte degli Aylan per me è il nemico.

lunedì 10 agosto 2015

L'incipit (bellissimo) di un gran romanzo

L'estate in cui Coleman mi fece le sue confidenze su Faunia Farley e il loro segreto fu, in modo abbastanza appropriato, l'estate in cui il segreto di Bill Clinton venne a galla in ogni suo minimo e mortificante dettaglio: in ogni suo minimo e vivido dettaglio, là dove la vita, come la mortificazione, stillava dall'asprezza dei dati specifici. Non avevamo avuto una stagione come quella da quando qualcuno era incappato nella nuova Miss America nuda in un vecchio numero di <<Penthouse>>, foto di lei elegantemente in posa in ginocchio e sdraiata sulla schiena che costrinsero la ragazza, piena di vergogna, a restituire la corona per diventare, in un secondo tempo, una celebre pop star. Quella del novantotto nel New England fu un'estate di sole e di uno squisito tepore; l'estate - nel baseball - di una mitica battaglia tra un dio degli home run bianco e un dio degli home run di pelle scura; e, in America l'estate di un'orgia colossale di bacchettoneria, un'orgia di purezza nella quale al terrorismo  - che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese - subentrò, come dire, il pompinismo,  e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un'impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell'Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l'estasi dell'ipocrisia. Nell'aula del Congresso, sulla stampa e alla televisione, i cialtroni tronfi e morigerati, smaniosi d'incolpare, deplorare e punire, facevano i moralisti a più non posso: tutti in un parossismo calcolato di quello che Hawthorne (il quale, negli anni tra il 1860 e 1870, abitava a non molte miglia dalla porta di casa mia) identificò, nel paese nascente di tanto tempo fa, come <<lo spirito di persecuzione>>; tutti ansiosi di celebrare gli astringenti riti purificatori che avrebbero estirpato l'erezione dell'esecutivo, rendendo così la situazione abbastanza confortevole e sicura perché la figlia del senatore Lieberman potesse riprendere a guardare la tivù col suo imbarazzato paparino. No, se non siete vissuti nel 1998 non sapete cos'è l'ipocrisia. Il columnist conservatore William F. Buckley scrisse nella sua rubrica: "Quando lo fece Abelardo, fu possibile evitare che si ripetesse", insinuando che il modo migliore di rimediare all'illecito presidenziale - quella che Buckley definiva, altrove, "l'incontinente carnalità di Clinton" - forse non era una cosa incruenta come l'impeachment ma, piuttosto, il castigo che nel dodicesimo secolo venne inflitto al canonico Abelardo dal coltello dei compari dell'ecclesiastico Abelardo, il canonico Fulberto, per vendicare la seduzione e il matrimonio segreto con la nipote di Fulberto, la vergine Eloisa. Diversamente dalla fatwa di Khomeini che condannava a morte Salman Rushdie, l'intenso desiderio nutrito da Buckley per la pena correttiva della castrazione non comportava incentivi finanziari per il possibile esecutore. Questa era suggerita, tuttavia, da uno spirito non meno severo di quello dell'ayatollah, e in nome di ideali non meno elevati. 
Era estate, in America, quando tornò la nausea, quando non cessarono gli scherzi, quando non cessarono le congetture e le teorie e le iperboli, quando l'obbligo morale di spiegare ai propri figli la vita degli adulti fu abrogato per tenere viva in loro ogni illusione sulla vita degli adulti, quando la meschinità della gente apparve semplicemente schiacciante, quando una specie di demone era stato sguinzagliato nel paese e, da ambo le parti, la gente si chiedeva: "Perché siamo così pazzi?", quando uomini e donne, svegliandosi al mattino, scoprivano che durante la notte, in un sonno che li aveva trasportati oltre l'invidia e il ribrezzo, avevano sognato la spudoratezza di Bill Clinton. Sognai io stesso un gigantesco striscione, dadaisticamente teso come uno degli involucri di Christo da un capo all'altro della Casa Bianca, con la scritta QUI ABITA UN ESSERE UMANO. Era l'estate in cui - per la miliardesima volta - il casino, il pasticcio, il guazzabuglio si dimostrò più sottile dell'ideologia di questo e della moralità di quello. Era l'estate in cui il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l'America.

(Philip Roth - La macchia umana) 

lunedì 15 giugno 2015

Lo stato politico del PD

Sono passati anche i ballottaggi delle comunali 2015. E c'è il consueto momento di riflessione post elettorale dopo regionali e amministrative. Mentre le regionali avevano segnato un buon risultato per il PD, le comunali evidenziano scricchiolii veri tra il partito (maggioranza e minoranza) e il proprio elettorato.

La maggior criticità del PD a guida Renzi è il modus operandi dalemiano di molti dirigenti locali che si professano renziani. Nell'attuale e imperante narrazione politica incentrata sui talk show e sulle dichiarazioni (o post sui social) fatte in orari buoni per ottenere spazio nei TG è scomparsa la riflessione, e conseguentemente la connessione, tra politica e territorio. Territorio inteso come comunità di cittadini e non come capibastone. Che poi a dirla tutta, anche a volerla vedere con un eccesso di cinismo, i capibastone in periodi di crisi hanno poche prebende da offrire e quindi perdono inesorabilmente il loro peso numerico nell'apportare voti in quanto tale peso si basa più sul consenso spiccio, anzi spicciolo... 

La narrazione giovanilistica, seppur io sia un trentenne, non l'ho mai gradita più di tanto. Sicuro come la morte è che ci sia bisogno di un ricambio generazionale che di certo non sarà favorito da nessuno e che bisogna conquistarsi, ma c'è anche da dire che se i giovani dirigenti e/o parlamentari adottano comportamenti gestionali simili alla generazione precedente ci sarà solo un ricambio anagrafico che è cosa diversa dal cambio generazionale. A ciò fanno da contraltare le rimostranze dei capibastone sulla base della loro esperienza anche se tale esperienza frutti benefici al territorio in troppi casi non ne ha minimamente portati.

Per mantenere lo status raggiunto nella società italiana il PD, e il suo Segretario, devono tornare a interfacciarsi con i cittadini. Nella sua ascesa Renzi l'ha fatto, inevitabilmente, tramite i media. Ora che è Presidente del Consiglio e Segretario del PD deve farlo delegando ai suoi l'interazione, in carne ed ossa, con l'elettorato attivo. Per fare questo si dovrebbe avere la conoscenza di ciò che succede sui territori e la verifica dell'effettivo (o presunto) slancio innovatore di chi si professa renziano. 

Questo sarà possibile solo se Renzi sceglierà di essere fedele a ciò che ha sostenuto nelle primarie del 2013. Se invece regredirà al Renzi delle primarie del 2012 si rischiano amare sorprese.

giovedì 11 giugno 2015

il pensiero di Berlinguer che più mi è rimasto impresso

Il pensiero di Berlinguer che più mi è rimasto impresso è quello che segue. Quello a cui mi ispiro umanamente prima che politicamente. 

"Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita" 

(Enrico Berlinguer)

mercoledì 3 giugno 2015

impresentabile? io vorrei un De Luca a Palazzo Chigi

Se n'è andata anche questa tornata elettorale. Sono sollevato come non mai. Da sostenitore ante litteram di Vincenzo De Luca per la corsa a governatore della Campania non è stato socialmente facile reggerla senza sbroccare con amici e conoscenti.

Quattro rinvii delle primarie perché gli elettori campani di centrosinistra non volevano saperne di votare qualcun'altro al di fuori di De Luca o Cozzolino. La segreteria regionale, i parlamentari e persino la segreteria nazionale nella figura di Luca Lotti niente hanno potuto per far passare un candidato calato dall'alto, Gennaro Migliore, entrato nel PD da un paio di mesi. L'elettorato campano di centrosinistra si è sentito trattato come un moccioso dell'asilo senza capacità di discernimento, da una pessima dirigenza locale che si ostina a valutare i propri elettori e non a farsi valutare come nella normalità delle cose.

Detto questo, De Luca ha svolto una campagna elettorale che per chi conosce il personaggio è stata di una pacatezza sbalorditiva. L'ultimo incomodo di una commissione antimafia che strumentalizza se stessa non ha fatto nient'altro che acuire la sensazione di ostilità da parte dei propri dirigenti nell'elettorato PD (ex, per fortuna, nel caso di Rosy Bindi).

Impresentabile? Lo vorrei a Palazzo Chigi uno come De Luca. Uno capace, determinato e che si relaziona alla "gente in carne e ossa" come egli stesso, citando Gramsci, indica i cittadini. Uno che "la politica" la sa fare costruendo alleanze programmatiche e che di conseguenza riesce ad attuare "le politiche" che servono allo sviluppo sociale ed economico.

PS chi non lo sapesse, cercasse di capire perché è stato più volte portato in Tribunale e capirà che è uno che le cose le vuole fare per il bene comune; e questo in un certo sottobosco politico-imprenditoriale è un imperdonabile peccato